Cosa succede se chiedi ai cagliaritani di scrivere su un manifesto?

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In questi giorni stiamo portando avanti un esperimento di comunicazione: cosa succede se si lasciano le persone libere di scrivere le proprie emozioni in maniera anonima su dei manifesti pubblicitari?

Come funziona.

E’ facile. C‘è un pennarello accanto ad ogni manifesto.

E’ diffuso. Ci sono 24 cartelloni da riempire in giro per la cittá.

E’ autentico. Chi partecipa può scrivere quello che vuole.

 

Chi ha questa possibilità, cosa decide di lasciare alla città?

Un emozione o un ricordo? Una possibilità di guadagno o visibilità? Una provocazione o una battuta?

E cosa può diventare virale?

Dopo 3 giorni e circa 200 messaggi, ecco cosa sta succedendo.

 

Chi sta partecipando? Per ora gli utenti si possono suddividere in 3 categorie. I romantici (70%): adorano il poetto, i tramonti, i panorami e… le pizzette! I pratici (20%): promuovono la propria attività, chiedono cose concrete all’ amministrazione e lasciano messaggi di saluto per altre persone. I buontemponi (10%): interpretano il gioco in modo creativo, fregano i pennarelli e fanno battute facili.

Cosa è diventato virale? Com’era prevedibile ha vinto il sesso e l’assurdo, secondo la migliore tradizione social. Ecco l’interpretazione più condivisa tra tutti i manifesti.

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E adesso? L’esperimento continua. Siamo sicuri che alla fine avremo un insieme contestualizzato di reazioni assolutamente spontanee ed autentiche.

Nel frattempo, vi lasciamo alcuni esempi di come è stato interpretato l’esperimento finora.

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l’eterno mito della primavera cagliaritana

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Se chiedessi a tutti i miei contatti Facebook di dirmi cosa ricordano di aver visto nel proprio news feed nelle ultime settimane, probabilmente molti mi parlerebbero della manifestazione Svegliati Italia, di unioni civili e di tutte le immagini con le frasi strambe sul Pirellone, qualcuno mi racconterebbe del Family Day, altri della tempesta di neve su New York e, andando un po’ più indietro, qualcuno citerebbe la morte di David Bowie e quella di Ettore Scola.

Sono sicura, invece, che tutti, ma proprio tutti, mi direbbero di aver visto almeno una fotografia della primavera cagliaritana a gennaio. Sto parlando delle fotografie con l’acqua del Poetto limpida come alla fine degli anni novanta, del cielo azzurro che meriterebbe un suo Pantone, dei bicchieri pieni di polpa di riccio che brillano al sole di Su Siccu, dei bambini e dei cani che giocano sulla sabbia, delle pause-caffè all’aperto senza cappotto e di qualsiasi altra immagine evocativa in grado di confermare la teoria per cui sì, viviamo in Paradiso e, sì, ci piace che gli altri lo sappiano.

Qualsiasi meteorologo (e mio padre, che in realtà è un medico appassionato di previsioni del tempo) direbbe che è tutto merito (o colpa? dipende dai punti di vista) del Niño, fenomeno dovuto al surriscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico e capace di stravolgere il clima mondiale; ma per noi cagliaritani questo è un dettaglio di poco conto. Per la serie: grazie Niño, sei stato molto carino e gentile a portarci il sole e il caldo, ma in realtà se avessimo vissuto in un posto brutto con il mare brutto mica avremmo riempito i social con le foto della primavera cagliaritana a gennaio.

Invece Cagliari è bella, c’è poco da fare. E sfido chiunque a non emozionarsi durante una giornata di sole al Poetto con 20 gradi. Mia suocera si è fatta pure il bagno al Lido, voglio dire. Ha detto che l’acqua non era tanto fredda e poi per scaldarsi si è stesa sulla spiaggiola, esattamente come fa ad agosto.

Sono cose della vita: mentre a New York si spalava la neve per tornare alla frenesia quotidiana il prima possibile, a Cagliari ci spalmavamo sulla sabbia, sui prati, sui muretti e sulle sedie delle caffetterie a prendere il sole come lucertole.

Però sai che meraviglia, se noi cagliaritani non ci accontentassimo della primavera a gennaio e provassimo a portare un po’ di New York (o di qualche altra grande città) a Cagliari con un sole e un mare così?

 

 

Davanti a chi si butta dalla finestra di un teatro o di un grattacielo.

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Ho sempre desiderato vivere a Parigi. E’ indubbiamente la mia città preferita, il luogo di cui più sento la mancanza e l’unico per cui vado realmente in crisi d’astinenza.

L’ho sempre trovata, oltre che bellissima, una città accogliente e generosa, a differenza di tutti i luoghi comuni – prevalentemente basati su pregiudizi calcistici – che hanno gli italiani.

Forse sarà anche per queste ragioni emotive, ma stamattina sono quasi senza parole. E le uniche che mi vengono in mente sono molto piccole e banali di fronte a ciò che sta succedendo. Inoltre, la situazione è talmente complessa, che mi sembra quasi un colabrodo in cui è impossibile trattenere la fuoriuscita di contraddizioni.

Per cui non commento, ma leggo. E prego.

Davanti alle matite spezzate, alle torri spente e a quelle crollate, a chi si butta giù dalle finestre di un grattacielo o di un teatro, davanti alle bombe sui civili e pure davanti a quelle sui militari, io prego. Perché mi sembra che il mondo stia girando alla rovescia e noi esseri umani non sembriamo interessati a riportarlo nel verso giusto.

E il problema più grande è che il verso giusto c’è, eccome. Ma noi non lo vediamo perché siamo solo accecati dall’odio, dalla rabbia e dall’orgoglio. E non dai tempi dell’11 settembre e nemmeno da quelli della guerra del Golfo. Semplicemente, da sempre.

Perché i genitori devono vedere Inside out con i propri figli

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Quando ho visto per la prima volta il trailer di “Inside out” ho pensato “Alla Pixar piace vincere facile“. Non è un grande segreto di marketing, ormai, il fatto che per vendere prodotti o trasformare click in azioni di conversione basti far leva sulle emozioni delle persone. Anche chi non ha una formazione pubblicitaria ormai coglie facilmente la differenza tra lo spot olimpico delle mamme P&G e un qualsiasi commercial anni ’90 di detersivi per la casa con la mamma che lava il pavimento, saltellando su décolleté  tacco 12. Non ci vuole molto quindi neanche ad immaginare che un intero film sulle emozioni sia praticamente un’azione di meta-marketing.

Poi ho letto una serie di articoli su Facebook e mi sono preparata al peggio: sono arrivata al cinema conscia del fatto che guardando Inside out avrei pianto (e molto pure) e che Tristezza sarebbe stata l’emozione-rivelazione del film.

In realtà il peggio doveva ancora arrivare. I primi 10 minuti sono stati un colpo al cuore: la protagonista del film, Riley, che vediamo felice e contenta nei primi anni della sua vita, assomiglia in modo spaventoso a mia figlia Sofia, 10 anni appena compiuti, capelli biondi, occhi azzurri e una certa predisposizione alla stupidera. Si differenziano solo per il fatto che una è fatta di pixel e l’altra di carne e ossa, una è fissata con l’hockey e l’altra è un’antisportiva degna della mamma. Guardo la bambina nello schermo e quella seduta accanto a me sulla poltrona rossa. Tac. L’immedesimazione è scattata. Sono fregata.

Da quel momento nel mio cervello inizia più che turbinio, un vero e proprio trip di emozioni, per cui seguo la storia della bambina del film e la paragono con quella della bambina sulla sedia, seguo la storia delle simpatiche emozioni del film e le paragono a quelle che mi frullano per la testa mentre guardo il film e faccio questi paragoni.

Insomma, sono entrata al cinema per vedere un film della Pixar e nel frattempo mi sembra di essere la protagonista di un film di Michel Gondry.

In tutto ciò la mia deformazione professionale, mi porta anche a cercare di seguire il film senza farmi sopraffare dalle emozioni e a cercare di leggere e analizzare i tanti significati pedagogici, sociologici, psicologici e antropologici. Ma è una battaglia persa in partenza.

Vedo Bing Bong, l’amico immaginario di Riley da piccola, una sorta di elefante rosa buono che guida un razzo a propulsione canora e piange caramelle e non capisco più niente.

E così anche le immancabili genialate pixar, come il pensiero astratto (solo quella scena meriterebbe l’Oscar) la Cineproduzione sogni (degna della golden age hollywoodiana di “Cantando sotto la pioggia”), la foresta del subconscio con il clown gigante (che tanto ci dice sull’immaginario americano), il motivetto pubblicitario che torna in testa quando meno te lo aspetti (io vorrei sapere chi si diverte nel mio cervello con “Le mucche fanno MU, ma una fa MU MU” alla tenera età di 33 anni), mi conquistano, mi fanno molto divertire, ma poi lasciano completamente spazio libero alle emozioni suscitate dal film.

Gli ultimi 20 minuti sono di pianto ininterrotto. Non piangevo così tanto al cinema dai tempi della Vita è bella.

Non vorrei fare terrorismo psicologico con chi non ha ancora visto il film, ma credo che ad ogni famiglia possa far bene una capatina al cinema per piangere insieme. Perché si piange di tristezza, ma anche di gioia.

Perché se noi genitori ci impegnassimo davvero a capire cosa sia, come si applichi e come si insegni ai figli l’intelligenza emotiva, le nostre famiglie vivrebbero molto meglio.

Perché a quel punto non avremmo bisogno di un film per capire che non esistono emozioni belle e brutte o emozioni giuste e sbagliate.

E non avremmo bisogno di un articolo per sapere che Tristezza è un’emozione-rivelazione.

Ma sapremmo che Tristezza è come un certo tipo di compagna di viaggio: per tutto il tragitto è pesante, ma alla fine ti porta a scegliere la strada giusta.

ps. Vi ricordate cosa avevo scritto qualche tempo fa sul vero amore negli happy ending di ultima generazione disneyana? Se non lo ricordate leggete QUI. Dopo Inside Out ho una nuova conferma per la mia teoria 🙂

Friends, ovvero la quadratura del cerchio.

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6 amici, 1 divano, 1 caffè. Mai plot poteva considerarsi più banale. E invece, quella che iniziò vent’anni fa e che nemmeno venne accolta tanto bene dalla critica, era destinata a diventare la Sit-com per eccellenza della storia televisiva, il modello da imitare ma impossibile da raggiungere per successo e fidelizzazione di pubblico.

Nei suoi dieci anni di messa in onda e con i suoi 236 episodi Friends ha scandito e rallegrato i miei anni del liceo e dell’università. Trasmesso sempre in Italia con qualche anno di ritardo rispetto alla programmazione americana, ha fatto sì che fossi abbastanza giovane per venir formata con una mentalità cosmopolita e abbastanza grande da capire la maggior parte dei doppi sensi delle sue battute.

La messa in onda in Italia dell’ultimo episodio è stata contemporanea ai miei ultimi giorni di vita da studentessa a Roma nel 2005, prima che tornassi a vivere a Cagliari per la nascita di mia figlia Sofia. Come a dire, parafrasando una famosa battuta della serie “La fine di un’epoca”.

E proprio quest’estate quando avevo appena iniziato a rivedere tutti i 10 cofanetti di DVD ho scoperto di essere incinta per la seconda volta. Come a dire, la quadratura del cerchio.

Ma, a parte le coincidenze cronologiche e il mio legame sentimentale con il telefilm, ovviamente ho anche qualcosa da scrivere sul perché Friends sia diventato un mito d’oggi (o quasi di ieri).

Punto 1. Ci ha regalato una descrizione generazionale universale. Tolti i pantaloni a vita alta di Monica, i camicioni a quadri di Joey e il cercapersone di Ross, ansie, aspettative, problemi e speranze dei 6 ragazzi del Village sono le stesse di ogni ventenne occidentale: il lavoro, l’amore, la casa, gli amici. Senza troppi giri di parole e senza fare sociologia o psicologia spicciola, la serie ha fotografato la vita di un gruppo di venticinquenni e la loro crescita verso il mondo degli adulti con freschezza e ironia, senza mai cadere nel volgare e affrontando in modo leggero ma non superficiale temi più o meno scottanti. Il che ci porta direttamente al…

Punto 2. Ci ha permesso di vedere come quotidiane e più vicine di quanto potessimo immaginare, situazioni che all’epoca (sicuramente in Italia, forse un po’ meno in America) erano considerate scomode per una serie televisiva di main stream  ( o quanto meno difficili da trovare in una sitcom che andava in onda alle 8 di sera): matrimoni tra due donne, uteri in affitto, procreazione assistita, ripetuti divorzi, gravidanze indesiderate, padri transessuali, malattie veneree e tanti altri temi che farebbero storcere il naso ai ben pensanti. Friends ci ha insegnato a riderci sopra con grazia perché ci ha insegnato a vederle come cose che fanno parte della società contemporanea, senza bisogno di doverle affrontare con la pesantezza che all’epoca si attribuiva a questi temi all’interno degli altri prodotti televisivi. Basti pensare a come le stesse questioni venivano affrontate all’interno di drama generazionali come Beverly Hills o Dawson’s Creek.

Punto 3. La normalità di cui sopra è la stessa che poi ci ha fatto entrare in quell’appartamento di New York e ci ha fatto sentire a casa. Pur essendo ambientato nella grande mela, Friends per 10 anni è stato girato in studio a Los Angeles, dove sono stati ricostruiti il Central Perk e i vari appartamenti nei minimi dettagli. E mentre mi chiedo ancora come mai i locali in stile Central Perk a Cagliari abbiano iniziato ad esserci solo qualche anno fa, quando ho rivisto i 236 episodi quest’estate ho notato per la prima volta come ogni dettaglio fosse curato e sembrasse vero, pur componendo una realtà artefatta come può essere quella di uno studio televisivo. Come sempre, in ogni prodotto di successo di ogni business del mondo, sono i dettagli a fare la differenza. Mi spiego meglio: avete mai notato che la lavagnetta sulla porta di casa di Joey e Chendler ha sempre una scritta diversa? E che i fiori nei numerosi vasi di casa di Monica sono sempre nuovi da apparire freschi e appena comprati al Chelsea Market? Che i prodotti nelle dispense degli appartamenti cambiano con gli episodi e che sembra tanto vero il disordine di Joey quanto l’ordine ossessivo-compulsivo di Monica?

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Punto 4. Vabbè, qui andiamo sullo scontato. Senza i suoi protagonisti, difficilmente Friends sarebbe diventato un mito d’oggi. E la dimostrazione lampante non è data tanto dal fatto che siano diventati delle star grazie al telefilm, che fossero veramente amici al di fuori dal set o che fossero sempre tutti sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda i cachet (da 1 milione di dollari a puntata a testa per le ultime stagioni). Ciò che ha reso mito il telefilm è stata proprio la dimensione iconografica che li ha caratterizzati a tal punto da relegarli a quel ruolo per sempre. Chi come me è fanatico della serie ovviamente conosce nomi e dettagli biografici specifici di ognuno degli attori, ma per la maggior parte dei comuni mortali resteranno a vita Monica, Rachel, Phoebe, Ross, Joey e Chandler. Anche a 20 anni dalla prima e a 10 dall’ultima messa in onda.

Punto 5. Sembrerà ancora più scontato, ma il fatto che per 10 anni ci abbia sempre fatto ridere e con maggiore intensità non è un fattore da sottovalutare per capire l’entrata nel mondo del mito. Innanzitutto perché è molto difficile che una serie arrivi alla decima stagione; se quindi è stata riconfermata così a lungo è perché il pubblico ancora non era stanco di quelle dinamiche e di quelle battute. Inoltre, ha saputo rinnovarsi nel proprio repertorio comico e, per quanto certe battute tornino volutamente nelle sceneggiature anche a distanza di anni (es. “Noi avevamo rotto” di Ross, Joey che non sa aprire il cartone del latte, Rachel che piange per tutto, le canzoni di Phoebe, i gusti sessuali del padre di Chandler, i fidanzati sbagliati di Monica), sembra sempre di assistere a nuove gag. E poi a differenza della maggior parte delle serie televisive, Friends ha dimostrato di essere come il buon vino. Più invecchiava, più migliorava in qualità e in successo. Non per nulla alcune delle puntate più esilaranti della serie, a detta della maggior parte dei miei amici fanatici tanto quanto me, sono quella del Turlupinato e quella delle Lezioni di Francese, che si svolgono nelle ultime stagioni.

Punto 6. E qui mi fermo, promesso, anche se potrei continuare a lungo: Friends non ha avuto un’ultima puntata deludente. Il suo finale è semplicemente perfetto. E’ anche lui una quadratura del cerchio. Commovente ma non troppo. Probabile e realistico. Non è tirato con i capelli, non vuole far ridere o piangere a tutti i costi. Ti prende e ti porta via con sé per quegli ultimi 25 minuti per poi riportarti al mondo reale. E’ come leggere l’ultima pagina di un libro che hai amato dall’inizio alla fine e che sai che non dimenticherai mai. Praticamente il contrario della maggior parte dei finali di serie della storia dei telefilm, a conclusione dei quali vorresti solo spaccare lo schermo nero che ti ritrovi davanti.

Ah, un’ultima coincidenza affettiva. Ieri non solo era il ventesimo anniversario dalla prima messa in onda di Friends, era anche il primo anniversario della prima pubblicazione sul mio primo blog, questo. Un motivo in più per sentirmi legata al mio telefilm preferito e per quadrare il cerchio.

Tieni stretto il tuo pensiero felice, Peter.

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Non ce l’ha fatta, Robin Williams, a tenerlo stretto quel pensiero felice.

E se ne è andato via in una notte d’agosto, quasi in sordina, tra lo sgomento di chi è restato e forse nemmeno si chiedeva che fine avesse fatto negli ultimi anni.

Era il mio attore preferito quando avevo 11 anni, ma solo stamattina ho realizzato quanto bene e quanto male gli abbia fatto il mondo del cinema.

Perché se Hollywood non ti trasforma come persona nel personaggio che interpreti, è molto probabile che ti trasformi esattamente nel contrario di chi sei sullo schermo.

E’ stato l’icona del cinema per famiglie degli anni Novanta, ma si è sposato 3 volte, ha tradito la prima moglie con la babysitter del figlio e frequentava il giro di eroinomani in cui è morto John Belushi.

Dichiarava nelle proprie interviste che sarebbe voluto morire ridendo, ma, ironia della sorte (mai espressione fu più azzeccata), se l’è portato via una brutta depressione.

Ha interpretato grandi mentori e punti di riferimento per i giovani, per i bambini e anche per gli adulti, insegnando a credere nella libertà, nei sogni, nella speranza, nelle proprie capacità. E forse è anche per questo che lascia noi, semplici spettatori privi di elementi per capire la sua storia e la sua scelta, completamente spaesati davanti al suo ultimo gesto.

La dissolvenza in uscita che chiude il film della vita di Robin Williams ha il sapore amaro di qualcosa che non si può mandar giù.

Perché il “papà sullo schermo” per la maggior parte dei miei coetanei, se n’è andato nel modo più inaccettabile per un figlio.

“Ricordatelo per la sua brillante carriera e il suo sorriso e non per il modo in cui è morto” ha chiesto con un comunicato ufficiale sua moglie.

Ha ragione: ma come si fa a non pensarci? Come si fa a non pensare alle conseguenze mediatiche di questo gesto?

E’ morto un attore che ha segnato inequivocabilmente la storia del cinema.

E con la sua morte, oggi, abbiamo già constatato che sia nato un nuovo mito.

Dopotutto, la strana legge che regola lo Show Business funziona così: se non muori di vecchiaia ad Hollywood resterai un mito per sempre.

Tu non ci pensare e fai buon viaggio, Capitano. E se ci riesci recupera il tuo pensiero felice lungo la strada.

Così si vola meglio.

Principesse Disney e Vero Amore: come cambia l’avanguardia Disney rispetto alla società contemporanea

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Ieri sera sono andata al cinema con le mie amiche del rito telefilmico a vedere “Maleficient“.

Non preoccupatevi. Questo post non sarà la recensione del film, che tra l’altro potrebbe essere spietata, ma l’occasione per  descrivere un fenomeno molto interessante: l’evoluzione dei comportamenti e dei sentimenti delle principesse Disney degli ultimi anni.

Con un tema del genere è molto semplice cadere nel banale: prima le principesse nascevano, morivano e cadevano in morte apparente secondo la logica maschilista del “cresci, trova l’uomo della tua vita, sposati e vivi per sempre felice e contenta“. Oggi le eroine della casa di Topolino devono prima realizzarsi nella propria carriera, girare il mondo, farsi una cultura e poi, se avranno del tempo libero tra il lavoro e la gestione del regno, potranno dedicarlo ai vari fidanzati che non sono più principi azzurri.

Questa visione è vera, ma è banale.

Credo che la Disney, da sempre sia andata molto oltre questa distinzione semplicistica messa in piedi dal femminismo prima e dal post-femminismo dopo.

Mi spiego meglio con degli esempi.

Ricordate quella soggetta di Biancaneve che mangiava le mele offerte dagli sconosciuti e poi si svegliava con un bacio di un principe,  che in fondo era sconosciuto pure lui? E quella poveretta di Cenerentola, fregata da un ballo, il cui principe ha bisogno di una scarpetta per ritrovarla, perché non si ricorderebbe la sua faccia? Per non parlare di Aurora, che per quanto abbia un principe ben più interattivo, deve comunque fare i conti con i suoi problemi di narcolessia.

Ebbene, se considerate che Walt Disney era un creativo d’avanguardia (e lo dimostrano moltissime sue opere: da quel capolavoro espressionista che è Fantasia, a quei piccoli gioielli animati vincitori di numerosi oscar come le Silly Sinphony, senza dimenticare i viaggi psichedelici di Alice e gli elefanti rosa di Dumbo, per non parlare di Disneyland), la rappresentazione delle principesse fino agli anni ’60 era anch’essa avanguardia rispetto alla visione della donna del tempo. Si, perché negli anni ’30, ’40 e ’50 le donne non potevano mica sposarsi per amore. O meglio, era ancora molto difficile che riuscissero ad avere un matrimonio felice e un happy ending. Invece, il sogno d’amore che avevano le nostre nonne (e che in realtà quasi mai si tramutava in matrimonio d’amore) è sempre presente nei tre cartoni. Non sarà un caso che le principesse in questione, sebbene vivano in periodi storici non meglio specificati tra il medioevo e il settecento, abbiamo lineamenti, trucco, acconciature e atteggiamenti, riconoscibilissimi al decennio in cui sono stati realizzati i cartoni animati. Le tre storie animate delle principesse, rappresenterebbero quindi una visione utopica e felice rispetto ad una realtà ben più crudele. Rispondendo, tra l’altro, alla funzione sociale di evasione del cinema di quel periodo.

Le principesse successive sono quelle a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, quelle della mia infanzia: Ariel, Belle, Jasmine, Pocahontas. E anche qui, sembrerà strano, ma nonostante Walt sia morto da un pezzo, ritroviamo l’avanguardia che contraddistingue l’etichetta di produzione. Sono principesse che, in pieno boom consumistico, predicano valori come la cultura, l’accettazione della diversità, l’andare oltre l’apparenza. Come Belle che è una nerd amante della lettura e si innamora di una bestia che è tutto il contrario del suo pretendente in stile Baywwatch, Gaston. O come Jasmine che è stufa di essere una principessa, si innamora di uno straccione e se la prende con lui quando non vuole essere se stesso. O come Pocahontas che ci parla di pace e natura, in un periodo recente in cui la guerra per colpa del neocolonialismo è dietro l’angolo in mezzo mondo e la raccolta differenziata ancora non esiste.

Infine, arriviamo ai nostri giorni e all’ultima generazione, quella di cui fa parte anche l’Aurora di Maleficent che ho visto ieri. Quali sono gli atteggiamenti e i sentimenti delle principesse di oggi? Ora che le donne hanno capito che l’amore a prima vista non esiste, che si sono affermate nella società grazie al lavoro e alle doti personali, che tutti parlano di ecologia, di sostenibilià e di cultura come  valori aggiunti, possiamo ancora associare le parole “Disney” e “avanguardia”?

Ovviamente si. Perché nel frattempo la società è profondamente cambiata e le principesse continuano ad esserne lo specchio in grado di mostrare soluzioni alternative per superarne i problemi o di raccontarci le utopie d’evasione

Andiamo, anche in questo senso, sul pratico. Se mettiamo a paragone le ultime principesse: Rapunzel, Merida di Brave, Elsa & Anna di Frozen e Aurora di Maleficient, troveremo anche stavolta un denominatore comune. Tutte affrontano per un motivo o per un altro la crisi dell’istituzione familiare. Per tutte l’obiettivo non è più il matrimonio, non è nemmeno la carriera o l’affermazione personale. Tutte cercano la propria famiglia. Dalla prima all’ultima.

Rapunzel vive con una mamma-strega che la tiene prigioniera e dalla quale vuole fuggire, per ritrovare i propri veri genitori. Merida cerca di salvare la madre, con la quale ha un rapporto conflittuale, trasformata in orso. Anna è alla ricerca della sorella Elsa, per ricostruire la famiglia dopo la morte dei genitori in un modo in cui le emozioni si sono cristallizzate per colpa del ghiaccio. Perfino la piccola principessa Sofia per la Tv, figlia di una ragazza-madre, cerca di crearsi una vera famiglia con il marito della mamma e i suoi due figli. L’ultima Aurora ha genitori degeneri, zie adottive che meriterebbero gli assistenti sociali e vorrebbe vivere con una fata madrina cattiva e single, a cui nessuno si sognerebbe di affidarla secondo le convezioni sociali esistenti. Insomma, un bel pout-pourri di casi umani per psicologi e pedagogisti, che non è molto diverso da quello che puoi trovare in giro oggi, se conosci un po’ di adolescenti e le loro famiglie.

Qual’è la morale delle favole e per le principesse dei nostri tempi? In tutte, dalla prima all’ultima, che il vero amore come lo si intendeva negli anni ’50 non esiste più e si è trasformato nell’amore familiare, più o meno codificato secondo i principi della società contemporanea. Che è l’unico happy ending di cui oggi la nostra società abbia bisogno per risolvere i propri traumi ed essere rimessa in piedi. Che scioglie il ghiaccio, riscalda i cuori, trasforma gli orsi e fa svegliare dalla morte apparente.

Davvero.

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